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Romanzo-mondo fra umanità e guerra

Rivali racconta il perché ripubblicare ‘La messa dell’uomo disarmato’ di don Luisito Bianchi. Giovedì 4 la presentazione

Giulio Solzi Gaboardi

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redazione@laprovinciacr.it

01 Giugno 2026 - 10:29

Romanzo-mondo fra  umanità e guerra

Don Luisito Bianchi nella sua casa studio di Vescovato

CREMONA - A quasi cent’anni dalla nascita di don Luisito Bianchi, torna in libreria il suo capolavoro letterario, ‘La messa dell’uomo disarmato’ (Ares, 2026, pp.864). Pietra miliare della letteratura resistenziale, il romanzo legge la guerra civile attraverso la lente raffinata di un religioso rimasto sempre legato alla difesa degli ultimi e alla promozione dei valori sociali della Chiesa. Vescovatino classe ‘27, Bianchi fu ordinato sacerdote nel 1950, ispirato dagli insegnamenti di don Primo Mazzolari. Presenteranno il volume, giovedì 4 alle 18,30 nel Salone dei Quadri di Palazzo Comunale, il poeta e direttore editoriale di Ares, Alessandro Rivali, in dialogo con lo scrittore e giornalista Alessandro Zaccuri, firma storica di Avvenire.

A precedere l’incontro — organizzato da Fondazione Dominato Leonense con la Diocesi, il Comune e la Provincia di Cremona — i saluti del vescovo Antonio Napolioni, del sindaco Andrea Virgilio e del presidente della Provincia, Roberto Mariani. A raccontare sulle nostre pagine la storia di questo capolavoro del Novecento è proprio Rivali, promotore di questa importante ristampa.

editore

Il poeta e direttore editoriale di Ares Alessandro Rivali e la copertina del volume

Perché ha sentito necessario ripubblicare proprio ora ‘La messa dell’uomo disarmato’?

«Ho letto per la prima volta questo ‘romanzo-mondo’ durante la quarantena, mentre cercavo materiale per il mio romanzo. È stata una suggestione folgorante: mi ha ricordato ‘Il cavallo rosso’ di Eugenio Corti, il libro che mi cambiò la vita quando avevo quattordici anni. Questi due capolavori, oltre alla imponente mole di pagine, condividono il senso cristiano dell’orizzonte, l’argomento bellico restituito in chiave epica e la forza nel ricostruire un mondo che oggi non c’è più. Di recente, i diritti del romanzo sono tornati alla Fondazione Dominato Leonense, e su consiglio del direttore commerciale di Libraccio, Emanuele Cappello, abbiamo pensato di ripubblicarlo noi».

Bianchi racconta un mondo che oggi sembra fantasia. L’epica si fonde a una narrazione nostalgica ma senza sconti di ciò che è stato.

«Le pagine di Bianchi calano davvero il lettore nei profumi e nelle immagini della Bassa Padana, riformulano la liturgia della polenta e delle interminabili conversazioni sotto le stelle nelle notti d’estate. La materia incandescente della Resistenza viene narrata con respiro epico e con grande drammaticità viene raccontata la catastrofe che avvenne dopo l’8 settembre 1943. Un episodio in particolare mi sembra che rappresenti lo spirito della narrazione. Un prigioniero italiano viene crivellato dai proiettili tedeschi e tutti gli abitanti del paese del protagonista, Franco, partecipano al suo funerale, riconoscendolo come primo martire dell’8 settembre con una lapide che recita: ‘Qui giace un soldato senza nome, la cui memoria non verrà meno in chi per la libertà è disposto a dare la vita’.

Anche la copertina del libro ha una sua storia. Può raccontarla?

«È opera dell’artista Marco Vinicio, un pittore-eremita che con Luisito Bianchi condivide un’inquietudine metafisica e una ricerca di senso molto profonda».

Chi è Luisito Bianchi e come nasce ‘La messa dell’uomo disarmato’?

«Bianchi è un sacerdote nato a Vescovato nel 1927. La sua era un’anima felicemente inquieta, mossa da una profonda sete di verità, unita al desiderio di stare sempre vicino agli ultimi. Dal ’68 svolge i mestieri più disparati: operaio (ma non amava l’etichetta di ‘prete-operaio’), traduttore, benzinaio e infermiere, poi assistente spirituale alla comunità monastica di Viboldone. Ma non dimenticò mai la guerra, la paura dei bombardamenti, l’orrore delle rappresaglie, la fame. Il romanzo comincia a prendere forma nel ’75, mentre Bianchi era costretto a casa ad assistere la madre inferma. La prima versione del romanzo venne ultimata cinque anni dopo e fatta girare solo in una ristretta cerchia di amici, che poi convinsero il sacerdote ad autopubblicare nell’89. Il passaparola fu così efficace che gli editor di Sironi lo vollero in catalogo, dando vita a un vero caso letterario».

In che modo questo testo si rivela ancora attuale per un lettore contemporaneo?

«Interroga su cosa debba fare un uomo di fronte ai bivi decisivi della Storia, cioè su come restare uomini di fronte alla tragedia della guerra. Il tema della ‘guerra giusta’ è oggi più che mai molto attuale. E poi restituisce l’importanza della memoria e della pietas, anche nei confronti dello sconfitto. Tutti i protagonisti sono chiamati a prendere scelte forti e a rischiare la vita per restare fedeli alle proprie idee».

Il titolo enigmatico rimanda a un capolavoro della musica antica, la Missa L’homme armé, ma cosa significa qui?

«Richiama alla forza della mitezza e alla testimonianza della parola. Prima di tutto, la Parola con la ‘P’ maiuscola: la Parola di Dio e la fedeltà alla Parola di Dio, quella dei puri e dei mansueti, sconfitti agli occhi del mondo, ma che giganteggiano nella realtà di questo romanzo. Personaggi come il senzatetto Rondine, che trova riscatto nella vita partigiana e nella pietà profonda che lo porta a voler seppellire anche i cadaveri dei nemici».

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